sabato 29 agosto 2009

Meno male che Silvio c'è. Canta l'ENI a squarciagola.

Questo post avrebbe potuto chiamarsi anche "Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei", ma in quel caso sarebbe stato complicato capire chi si accompagna a chi, o meglio chi fra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi è lo zoppo che induce l'altro a zoppicare. Certo il leader libico salito al potere con un colpo di stato il primo settembre di quarant'anni fa ne ha combinate di ogni, dall’oppressione di libertà di pensiero, opinione, fede, parola, e associazione degli individui, al sostegno a terroristi di mezzo mondo. Ma anche il nostro Premier Silvio Berlusconi si difende benino, dato che al fondo della sua fortuna ci sono evasione fiscale e falso in bilancio, corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni, manipolazione a danno di azionisti e delle leggi che regolano il mercato in Italia e in Europa. Insomma una bella coppia di fatto, un'amicizia di vecchia data dopotutto, dato che affonda le sue radici ai tempi del mitico Bettino, mentore politico di Re Silvio. Come dimenticare la soffiata di Craxi che nel 1986 salvò da morte certa Gheddafi per via dei bombardamenti decisi in gran segreto da Reagan? Un’amicizia che si è consolidata giusto un anno fa, quando in occasione della sua visita italiana, Gheddafi si portò a casa scuse e indennizzo dallo Stato italiano per il periodo coloniale. Ma quello che forse non tutti sanno, è che a guadagnarci in termini strettamente economici, a monetizzare questo evento, non sono stati né lo Stato italiano, né quello libico. Almeno non come ci si può aspettare quando si sente parlare di 5 miliardi di dollari. Stando a quando riportato nel quaderno Limes curato da Claudia Gazzini, esperta di medioriente e corrispondente per Reuters e Associated Press, l’unico ad averci realmente guadagnato in mezzo a tutta questa tragicomica diplomazia (con tanto di laurea honoris causa ai limiti della buffonata) è l’ENI. Difatti i famigerati 5 miliardi di dollari (250 milioni l’anno per 20 anni), verranno finanziati esclusivamente con i profitti che saranno realizzati in Libia dall’ENI, in cambio dell’assicurazione del mantenimento della c.d. “posizione protetta”, status che prevede tutta una serie di privilegi e di prelazioni, blindati fino al 2047. Inoltre questi soldi, secondo il vecchio schema detto tied aids (aiuti condizionati) ora proibito in mezzo mondo, finanzierà opere che saranno realizzate esclusivamente da aziende italiane. Dunque ricapitolando: aiuti dall’Italia alla Libia finanziati con parte dei profitti realizzati in Libia da un’azienda italiana, e utilizzati da aziende italiane. Un meccanismo perverso insomma, utile all’ENI e alle mega aziende di infrastrutture italiane in odor di mafia e di connivenza con l’attuale classe dirigente di maggioranza (si pensi alla Impregilo o alla Rocksoil di Lunardi tanto per fare i due esempi più vistosi). E utile al lustro in patria del Colonnello, che ha venduto questo mero accordo economico commerciale come “risarcimento”, mentre né di risarcimento né di indennizzo si parla mai nel documento ufficiale. Tutti contenti insomma, tranne il popolo italiano che non ci guadagna il resto di nulla (né ci perde, in effetti, almeno non in termini economici – persino le frecce tricolori se le dovrà pagare Gheddafi), e la comunità internazionale sempre più imbarazzata dal comportamento di un Capo di Governo del G8 che per fini commerciali passa come un trattore sopra tutto e tutti: diritti umani, diplomazia, rispetto per le vittime di Lockerbie. Morale della favola, ci troviamo davanti all’ennesima prova che oramai l’agenda politica italiana è totalmente scritta in funzione degli interessi dei grandi gruppi di potere economici, e non certo in prospettiva di sviluppo di una Nazione ma in termini di profitto di alcune Imprese. Tant’è vero che l’ENI ricompensa questo mal celato aiuto di Stato con la chiusura delle attività produttive in Sardegna

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